Benvenute e benvenuti. Mi chiamo Laura Berardi, sono laureata in Fisica e la mia duplice passione per la scrittura e per la scienza mi ha fatto scoprire quest'anno il Master SGP dell'Università "Sapienza" di Roma. Questo blog-giornale, curato da me, è un progetto per il corso di Comunicazione della Scienza.

Il diritto a ricorrere all'interruzione volontaria di gravidanza è stata una delle conquiste delle donne nello scorso secolo, ma da sempre il genere femminile ha dovuto avere a che fare con l'aborto: a volte spontaneo, a volte provocato.

Scopo di "Interruzione di Gravidanza" è offrire aggiornamento costante sugli studi scientifici che vengono fatti in questo campo, per fornire a chi è interessato uno strumento critico di analisi di questo argomento.

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La legislazione sull’aborto in Italia

Attualmente l’interruzione volontaria di gravidanza in Italia è garantita dalla legge 194/78, “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”.


La normativa prevede che si possa abortire entro i primi 90 giorni dal concepimento.


Il ricorso a questa pratica non può essere mai mezzo di controllo delle nascite, ma può avvenire solo quando il proseguimento della gravidanza rappresenti un rischio per la salute fisica o psichica della donna. Tra le cause che possono mettere in pericolo la condizione della gestante sono annoverate non solo quelle che riguardano il suo stato clinico, ma anche le sue condizioni economiche, sociali o familiari, le circostanze in cui è avvenuto il concepimento o previsioni di malformazioni del nascituro.


Nel caso in cui la gravidanza o il parto comportino una grave minaccia alla vita della donna o quando siano accertate eventuali anomalie nel feto, il termine di 90 giorni può essere superato.


La legge stabilisce che le generalità della donna rimangano anonime e che i medici possano ricorrere all’obiezione di coscienza nel caso ritengano l’aborto contrario alle loro convinzioni morali o religiose. Tuttavia il personale non può rifiutarsi di procedere all’intervento quando la vita della donna è in imminente pericolo. Inoltre l’obiezione si applica solo alle procedure specificamente dirette all’interruzione di gravidanza, e non alle attività di assistenza antecedente e conseguente l’operazione.


Per poter effettuare la procedura di aborto la donna deve avere un colloquio preliminare con un medico, che esamina insieme a lei e al padre del concepito - ove la donna lo consenta - i motivi della richiesta, la informa dei suoi diritti e sulle opzioni alternative e la invita a riflettere per 7 giorni. Trascorso questo periodo la gestante potrà recarsi in una delle strutture che effettuano l’intervento: presentando un certificato rilasciato dal primo medico, che attesti l’avvenuto colloquio, potrà dunque interrompere la gravidanza.


In caso venga verificata l’urgenza della procedura (per esempio quando si è a ridosso della scadenza dei 90 giorni) il medico può rilasciare il certificato immediatamente.


Le leggi in vigore precedentemente alla 194 erano quelle del cosiddetto “codice Rocco” dell’epoca fascista. Secondo quelle norme l’IVG era considerata un reato in qualsiasi sua forma.


Si stima che gli aborti clandestini prima del 1978 fossero almeno 200.000 l’anno (alcune indagini arrivano ad ipotizzare valori vicini ai 600.000).

[fonte: http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20000306_00/testointegrale.pdf].


Poiché una donna che decideva di abortire poteva essere punita con fino a cinque anni di reclusione, anche chi incontrava complicazioni dopo l’intervento non si presentava in ospedale, rischiando il più delle volte la vita.

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