Benvenute e benvenuti. Mi chiamo Laura Berardi, sono laureata in Fisica e la mia duplice passione per la scrittura e per la scienza mi ha fatto scoprire quest'anno il Master SGP dell'Università "Sapienza" di Roma. Questo blog-giornale, curato da me, è un progetto per il corso di Comunicazione della Scienza.

Il diritto a ricorrere all'interruzione volontaria di gravidanza è stata una delle conquiste delle donne nello scorso secolo, ma da sempre il genere femminile ha dovuto avere a che fare con l'aborto: a volte spontaneo, a volte provocato.

Scopo di "Interruzione di Gravidanza" è offrire aggiornamento costante sugli studi scientifici che vengono fatti in questo campo, per fornire a chi è interessato uno strumento critico di analisi di questo argomento.

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QUANDO L’ABORTO NON E’ SOLO UNA SCELTA DELLE DONNE

Le donne sono influenzate nella scelta di interrompere una gravidanza dal rapporto che hanno col loro partner. Lo studio della New York University



Non sono solo le condizioni sociali ed economiche a indirizzare le donne verso la scelta di abortire. Anche il rapporto con il proprio partner di sesso maschile determina se e quando si decide di porre termine ad una gravidanza: è la prima volta che uno studio lo dimostra, prima di oggi si sapeva ben poco su quali fossero i fattori della vita di coppia che influenzassero come questa scelta viene presa.


La ricerca, pubblicata sul numero di Maggio-Giugno di Women’s Health Issues, è stata condotta da scienziati del Dipartimento di Nutrizione, Alimentazione e Salute Pubblica della New York University.


Lo studio, volto soprattutto ad capire che tipo di vita sociale e di coppia hanno le donne che decidono di interrompere una gravidanza, ha coinvolto 373 donne che avevano deciso di abortire nella Costa Est del continente Nord Americano. A queste è stato sottoposto un breve questionario che in una prima parte indagava le caratteristiche loro e dei loro partner, ed in una seconda chiedeva di esplicitare la percezione che quelle stesse donne avevano del supporto emotivo, finanziario e materiale che veniva loro dato all’interno delle relazioni di coppia.


Delle quasi quattrocento donne che hanno partecipato alla ricerca circa il 45% hanno preso la decisione di abortire dopo la nona settimana di gestazione, queste riportavano rispetto alle altre in media una percezione di minore supporto da parte dei loro partner; invece quelle che decidevano di abortire prima della nona settimana risultavano in media avere compagni più solidali con loro e la decisione risultava essere presa di comune accordo all’interno della coppia.


Questi risultati – hanno detto gli autori dello studio – mostrano come i fattori che influenzano una donna a prendere la decisione di interrompere la gravidanza non sono semplicemente limitati alle sue ambizioni lavorative o personali, ma dipendono anche dalle relazioni sociali e di coppia che hanno al momento della gravidanza.”



(foto di bies pubblicata sotto licenza Creative Commons)



fonte: http://www.whijournal.com/article/PIIS1049386711000284/fulltext



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Un anno di RU498, solo 5916 confezioni vendute


A un anno dal via libera alla commercializzazione italiana della pillola abortiva il bilancio non è positivo: abbiamo chiesto il perché alla ginecologa Anna Pompili, docente della Scuola di specializzazione in Farmacologia dell’Università “Sapienza” di Roma



Sono 5916 le confezioni di RU486 vendute nel primo anno di somministrazione del farmaco in Italia: lo fa sapere Marco Durini, direttore medico della Nordic Pharma, la casa farmaceutica che distribuisce nel nostro paese la pillola abortiva. Poche scatole, tanto da far parlare di un fallimento nella diffusione della RU486.

La regione in cui son state vendute più confezioni è il Piemonte: addirittura 1574, oltre un quarto delle circa seimila vendute in tutta la penisola.


Il fiore all’occhiello della regione è l’ospedale Sant’Anna di Torino, dove la sperimentazione era già partita quattro anni fa e dove in un anno si è raggiunto un risultato che è nella media europea: nella struttura torinese il 23% delle interruzioni di gravidanza si pratica con il metodo farmacologico, un risultato che in Francia – dove la RU486 è in uso dal 1988 - è stato raggiunto solo dopo dieci anni dall’entrata in commercio della pillola abortiva.

La situazione peggiore la si riscontra invece nel centro e nel sud della penisola: nel Lazio sono solo 142 le confezioni vendute - quando gli aborti sono ancora più di 10.000 l’anno – in Sardegna 57, in Calabria 15 e nelle Marche addirittura solo 5.


Abbiamo chiesto ad Anna Pompili, ginecologa e docente della Scuola di specializzazione in Farmacologia dell’Università “Sapienza” di Roma, di spiegarci perché il farmaco stenti a “decollare” in Italia.



Ad un anno dalla commercializzazione in Italia della RU486 sono poco meno di 6.000 le confezioni vendute a fronte di più di 100.000 interruzioni di gravidanza portate a termine ogni anno nel nostro paese. Come si spiega questo risultato?


In tutti i paesi nei quali l’interruzione di gravidanza è legale, il ricorso all’aborto farmacologico permette di intervenire precocemente e dunque con minori rischi per le donne che lo richiedono. La procedura si svolge ovunque in regime ambulatoriale o di Day Hospital, contrariamente a quanto stabilito nel nostro Paese dal Consiglio Superiore di Sanità. Gli esperti del Consiglio Superiore di Sanità hanno letto tutto ciò che la letteratura internazionale ha prodotto, per poi ignorarlo e stabilire che la Ru486 poteva essere dispensata solo in regime di ricovero ordinario. Una posizione che ha di fatto ostacolato enormemente il ricorso all’aborto farmacologico: perché mai una donna dovrebbe essere ricoverata 3 giorni in ospedale, quando per l’aborto chirurgico impiega solo una mattina? Ovvio che per una ragazza questa soluzione - che, ripeto, è quella gravata da minori danni per la salute delle donne perché permette di interrompere la gravidanza più precocemente - è improponibile.



Con queste disposizioni fanno ricorso alla RU486 solo donne molto motivate che non vogliono mettere piede in sala operatoria. Inoltre, il regime di ricovero ordinario comporta maggiori costi per le strutture sanitarie, che devono tenere occupato un posto letto per tre giorni anziché per mezza giornata. È bene ricordare che solo la regione Emilia Romagna si è opposta alle raccomandazioni del CSS, mantenendo il regime di Day Hospital per l’aborto farmacologico.



Quali sono i pro e i contro dell’aborto farmacologico?

Questo tipo di interruzione di gravidanza non è migliore o peggiore dell’aborto chirurgico, in termini assoluti: è una possibilità, che andrebbe prospettata alla donna che chiede di interrompere una gravidanza indesiderata, senza preclusioni ideologiche, etiche o religiose; è una possibilità che andrebbe valutata su base scientifica, con la mente sgombra da pregiudizi.



Quali sono a livello clinico le indicazioni più adatte per la somministrazione e quindi quali dovrebbero essere le “linee guida” da seguire per le regioni?

L'aborto medico può essere eseguito solo in una fase iniziale della gravidanza, entro la settima settimana di gravidanza. Vorrei ricordare che le complicazioni sono progressivamente più frequenti e più gravi man mano che l'epoca gestazionale aumenta; dunque, dal punto di vista strettamente medico si dovrebbe puntare ad interventi il più precoci possibile, quelli in cui la RU486 trova la sua applicazione. L'aborto medico comporta, oltre alla RU486, la somministrazione di un altro farmaco, una prostaglandina che può essere assunta per via orale o per via vaginale; le evidenze scientifiche ci dicono che la via orale è migliore e ha controindicazioni meno gravi di quella vaginale.



In Piemonte, al Sant’Anna di Torino un quarto degli aborti è praticato con la RU486, mentre ad esempio nel Lazio, nonostante il numero di interruzioni volontarie di gravidanza sia abbastanza alto, non si arriva nemmeno a duecento scatole vendute. Perché ad un anno dalla commercializzazione della pillola la diffusione del farmaco varia in maniera così evidente da regione a regione?

Purtroppo, in tempi di federalismo, le differenze tra le varie regioni, che hanno sempre caratterizzato il nostro Paese, si fanno più stridenti: certamente conta l’esperienza sul campo del S. Anna di Torino, ma anche quella degli ospedali dell’Emilia Romagna, della Toscana, dell’Umbria, della Valle d’Aosta, dove la sperimentazione era già in corso molto tempo prima che l’Italia fosse costretta dall’Europa a dotare i propri ospedali del farmaco. Contano le differenze geografiche e culturali: nel centro-sud la percentuale degli obiettori rasenta la totalità dei medici ospedalieri, per i non obiettori è difficilissimo organizzare servizi anche minimamente decenti. Anche nel Lazio la gran parte dei servizi di pianificazione familiare è tenuta in piedi da medici convenzionati esterni agli ospedali. Conta infine tantissimo la presenza ingombrante del Vaticano, e il grande peso che quest’ultimo ha nelle scelte politiche del nostro Paese, o meglio, la sudditanza dei nostri politici e dei consigli regionali alle direttive che vengono date dall’altra sponda del Tevere.



Nel Lazio, una proposta di legge regionale di Olimpia Tarzia (PDL) vorrebbe porre sullo stesso piano consultori pubblici e privati. La discussione in Consiglio Regionale sta andando avanti, ma se dovesse venire approvata avrebbe ripercussioni sull’applicazione della legge 194 e quindi sulla disponibilità della RU486?

La legge Tarzia va proprio nella direzione delineata dal Vaticano; in nome di un’“etica superiore” che considera le donne delle sprovvedute che devono essere accompagnate nel loro destino naturale di mogli, madri e puerpere, delinea per loro un ruolo solo se si trovano all’interno di una famiglia, inevitabilmente “fondata sul matrimonio”.


Sin dai primi articoli si capisce che la legge non punta alla “riqualificazione”, ma allo smantellamento dei consultori familiari così come venivano istituiti dalla legge 405 del 1975 e dalla legge attuativa regionale del 1976.


L’articolo 13 della proposta di legge, ad esempio, prevede un percorso che di fatto è un calvario per chi decide di abortire: una donna può accedere alle procedure previste dalle legge 194 solo dopo essersi sottoposta ad un “primo procedimento”, un colloquio dissuasivo in cui vengono ascoltati i problemi della donna, partendo dal presupposto che se decide di abortire, deve per forza avere dei problemi economici, fisici o psicologici. Non si prende in considerazione che può semplicemente aver scelto di non essere madre. Le si offre poi la “consulenza per l’adozione o l’affidamento del figlio concepito”; infine la donna è tenuta ad esprimere il consenso o il dissenso in forma scritta, e solo nel caso in cui decida di esprimere dissenso verso le proposte e i consigli degli esperti consulenti familiari potrà accedere alle normali procedure di interruzione di gravidanza. Al di la dello stress che susciterà l’applicazione di questo articolo per le donne che decideranno di abortire, è evidente che una delle conseguenze sarà quella di rialimentare grosse sacche di interventi clandestini. L’immagine è forse forte, ma la paura è che si possa tornare ad uno scenario in cui le donne muoiono o si ammalano di aborto, ma in cui il “principio morale” è salvo.


Probabilmente la proposta di legge Tarzia non sarà approvata, poiché una legge regionale non può essere in contrasto con una legge dello Stato (la legge 194 e la legge 405), tuttavia è una testa d’ariete che viene utilizzata per minare alla base diritti che sembravano acquisiti e assolutamente consolidati, per ridurre sempre più gli spazi di libertà e di autonomia di tutti e di tutte.



(immagine da Adnkronos)



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I numeri italiani della RU486

Ecco nel dettaglio, regione per regione, il numero delle confezioni di Ru486 consegnate agli ospedali italiani:

Piemonte1.574 confezioni; Toscana 773; Puglia 615; Abruzzo 15; Basilicata 122; Calabria 15; Campania 230; E. Romagna 299; Friuli Venezia Giulia 85; Liguria 655; Lazio 142; Lombardia 604; Marche 5; Molise 90; Sardegna 57; Sicilia 222; Trentino 76; Umbria 17; Valle d’Aosta 75; Veneto 245.

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Fonti: http://www.adnkronos.com/IGN/News/Cronaca/Un-anno-di-Ru486-in-Italia-distribuite-quasi-6mila-confezioni-Piemonte-in-testa_311791344720.html e intervista ad Anna Pompili



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ABORTO: LA STATISTICA CHE NON FUNZIONA

Il Guttmacher Institute e la International Union for the Scientific Study of Population spiegano in un libro come migliorare le stime dell’incidenza di interruzioni di gravidanza nella società

(Non esiste trascrizione del testo.)

fonte: http://www.ipas.org/Library/News/News_Items/Estimating_abortion_incidence_morbidity.aspx

music by: Heifervescent (pubblicata sotto Creative Commons)

sounds: http://www.freesound.org/

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USA: ABORTI (E ASSOCIAZIONI PRO-LIFE) IN AUMENTO

Uno studio del Guttmacher Institute svela l’inversione di tendenza e altri problemi legati all’interruzione di gravidanza in America

Il trend positivo che vedeva gli aborti in diminuzione negli Stati Uniti potrebbe essersi arrestato.

Questo l’allarme lanciato dal Guttmacher Institute, organizzazione NO PROFIT americana che si occupa dei temi della salute legati a riproduzione e sesso.

L'incidenza di aborti negli Stati Uniti era infatti in diminuzione dal 1990, ma secondo gli studiosi questa tendenza potrebbe oggi subire un'inversione. La percentuale delle interruzioni di gravidanza è infatti salita negli anni dal 2005 al 2008. In questi tre anni si è passati da 19,4 a 19,6 aborti ogni mille donne di età compresa tra 15 e 44 anni.

Lo studio, che verrà pubblicato a marzo sulla rivista Perspectives on Sexual and Reproductive Health, ha analizzato tutte le strutture che hanno offerto il servizio dell’interruzione di gravidanza nel biennio 2007/2008, compresi ospedali, cliniche e studi privati. Ognuna di queste strutture è stata valutata secondo incidenza degli aborti, disponibilità della pillola abortiva, limiti temporali posti al servizio, prezzi e eventuale presenza di gruppi antiabortisti.

Il dato più allarmante è che il 35% delle donne in età riproduttiva vive in quell’87% di contee in cui non esistono strutture che praticano aborti, e spesso, soprattutto nel Midwest e nel sud della nazione e in strutture non ospedaliere, devono superare picchetti di attivisti pro-life.

Secondo il Guttmacher Institute il riscontro di questo tipo di molestie suggerisce che ci sia bisogno di promulgare e far applicare leggi che proibiscano queste vere e proprie forme di persecuzione.

Un comunicato dell’istituto rimarca infatti il ruolo delle istituzioni. In un periodo di accresciuta politicizzazione sull’aborto – si legge nel testo - l’arresto dei progressi fatti in questo campo dovrebbe essere un campanello di allarme. Dovrebbe essere inteso da chi ci governa come un urgente richiesta di incremento dell’accesso alla contraccezione per prevenire le gravidanze indesiderate, e allo stesso tempo di garanzia di accesso all’aborto per le molte donne che ancora ne hanno bisogno.

(Il testo è una fedele trascrizione della registrazione.)

fonte: http://www.guttmacher.org/media/nr/2011/01/11/index.html

music by: Brad Sucks (pubblicata sotto licenza Creative Commons)

sounds: http://www.freesound.org/

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